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Le Perle di Pinna

Influencer

Antonio Andrea Pinna è un fenomeno nato sui social attraverso le ormai famose “perle” e consacrato grazie a varie esperienze televisive, su tutte la vittoria del programma Pechino Express, due libri e una presenza sempre più trasversale su media e piattaforme come Instagram. Una carriera digital iniziata nove anni fa che si fonda attorno a valori come fiducia e autenticità sia nel rapporto con i fan, sia con le aziende. Proprio la fiducia, insieme alla capacità di raccontare storie e alla community, rappresenta l’essenza del concetto di influenza secondo Pinna.

LePerlediPinna è un caso di successo nato nel 2010 su Facebook. Dove affonda le radici il progetto?

LePerlediPinna nasce successivamente al mio licenziamento. Circa nove anni fa, infatti, avevo deciso di lasciare Roma e un contratto indeterminato per tornare in Sardegna e intraprendere una nuova esperienza. Ma dopo solo tre mesi come visual merchandiser sono stato lasciato a casa per un riassetto organizzativo, entrando in una complicata fase di depressione e chiusura in me stesso.

In questo periodo ho cominciato a scrivere stati su Facebook, cattivissimi e indirizzati contro la vita, contro la gente, contro il mondo, ma con un taglio fortemente ironico che mi ha permesso di attirare l’attenzione della gente. In una notte di novembre del 2010, navigando in internet mi sono imbattuto in una foto raffigurante un’ostrica e, al suo interno, i denti di un cane, una lingua umana e sopra al tutto una perla. È stata l’immagine con cui ho aperto quasi per gioco la mia fanpage su Facebook, un canale in grado di attirare decine di migliaia di follower in poco tempo, a dire il vero anche più di molti vip che allora cominciavano ad approcciare il social. La scrittura mi ha distratto dai pensieri, così come il dialogo e l’apprezzamento del pubblico.

È stato qualcosa di terapeutico che mi ha consentito di ripartire: ho lanciato una linea di t-shirt con alcune delle perle più famose, riscontrando un’accoglienza favorevole da parte del pubblico. E, grazie all’accordo con il brand Happiness, ho venduto circa 200 mila magliette, ponendo le basi per un business che oggi vive un momento positivo ed è pronto a espandersi.

Un percorso che, oltre a internet, ti ha visto e ti vede anche in tv oltre che autore di due libri. La presenza sul piccolo schermo sembra abbia avuto un ruolo di amplificatore della tua notorietà, è stato davvero così?

Diciamo che la televisione mi ha permesso di fare un salto in avanti, dando un volto alle mie perle, alla mia pagina Facebook, alla mia persona. È stato questo il vero momento di influencing, coronato dalla mia vittoria a Pechino Express, che ha anche permesso di dare una chiave di lettura più corretta del mio personaggio e del mio modo di essere e fare ironia.

La quarta edizione di Pechino Express è stata la più vista di sempre e il Corriere della Sera ci ha definito “la coppia che ha unito l’Italia” sottolineando come gran parte degli appassionati al programma facesse il tifo per noi (Pinna ha vinto con Roberto Bertolini per il team degli #Antipodi, ndr). In questo contesto si è compreso veramente chi sono, che se chiamavo “stronza” Roberto non era per sessismo, maleducazione o quant’altro ma semplicemente per scherzare! Pechino Express è stato importante anche perché mi ha dato la possibilità di unire all’ironia i viaggi, tema quest’ultimo al centro di altri due programmi che ho fatto con la Rai.

Poi l’esplosione di Instagram e delle Stories, strumenti di cui fai un uso molto intenso…

Da circa un anno ho deciso di fare una Storia ogni mattina, quando mi sveglio, per mostrarmi veramente per quello che sono e augurare il buongiorno. E spesso ne arrivano molte altre nel corso della giornata. In questo senso le Instagram Stories hanno cambiato tutto, perché c’è un contatto diretto, costante e senza barriere, diverso dalla tv o da Facebook. All’inizio mi vergognavo, non sapevo neanche bene come si facessero e non mi piaceva nemmeno ascoltare la mia voce, ma ora sono una componente fondamentale del mio lavoro.

Anche IGTV (la televisione lanciata da Instagram a giugno del 2018, ndr) è un canale potenzialmente rilevante: ho attivato progetti come “In Cucina con Pinna” e le “Interviste di Pinna”. Nel primo chiedo supporto e consigli su cosa cucinare, materia in cui a dire il vero incontro spesso non poche difficoltà. Le interviste riguardano personaggi noti come ad esempio Paola Barale e sono curate con il mio personalissimo linguaggio e modo di fare.

Cosa significa per te oggi essere un influencer nella relazione con i follower?

Le parole chiave sono fiducia e community, unite alla capacità di raccontare storie. Esempio concreto sono il mio linguaggio, compreso e condiviso pienamente dalla fanbase ed esperienze reali come  “I viaggi di Pinna”, momenti in cui faccio le valigie e parto insieme ai miei fan, e i “Party di Pinna”. La mia volontà è abbracciare l’offline con sempre maggior convinzione e attività come “I viaggi di Pinna” permettono di conoscere e sviluppare una conoscenza più approfondita dei follower. Non solo, spesso dopo questi viaggi i gruppi si rivedono, segno che l’influenza è capace anche di generare aggregazione. La fisionomia del pubblico cambia a seconda degli appuntamenti che organizzo: ai party partecipano soprattutto ragazzi 18-25, mentre per i viaggi la fascia si allarga ai 25-50. In generale il mio zoccolo duro rimane la donna 25-35, su Instagram la componente femminile si attesta all’83%.

Per quanto riguarda la tua attività di ambassador, quali sono gli aspetti che curi nel rapporto con le aziende?

A livello di relazione con le aziende ribadisco sempre che non sono un brand ma una persona, piango e rido e non sono tenuto “per legge” a dover intrattenere in qualsiasi momento. Devo ammettere che all’inizio alcuni consideravano il mio profilo quasi “confusionario” proprio perché da sempre condivido ogni aspetto della mia vita, dalla parmigiana di melanzane - il mio piatto preferito - a quando guardo un film, dallo sport fino alla spesa.

Ero, sono e sarò diverso rispetto a tantissimi altri influencer legati per lo più a uno specifico settore, per esempio food o beauty, anche se inizialmente ho inteso ciò come una debolezza. Le cose però si stanno smuovendo: credo che da un comparto influencer “settorializzato” si stia passando oggi alla volontà di conoscere veramente la persona e instaurare un rapporto reale, autentico e quotidiano che non sia obbligatoriamente legato a una specifica attività.

A spingere questa evoluzione sono sempre le Instagram Stories e tutto ciò ha un riflesso sul rapporto con le aziende: scelgo di collaborare solo con chi mi rappresenta e posso rappresentare in modo veritiero nella narrazione quotidiana, riuscendo così a vincere il sentimento di noia delle persone connesso al bombardamento dei feed. Ho dovuto dire molti “no” e forse questo è il motivo per cui sono ancora qua!

Cosa consiglieresti alle aziende che vogliono approcciare l’influencer marketing? E quali vantaggi offre questa modalità di comunicazione rispetto ad altri media come la tv?

I brand devono collaborare con agenzie specializzate e fidarsi degli influencer, perché conoscono il loro pubblico. In questo senso torna un discorso di fiducia anche nella relazione con le aziende.

 

Oggi questa modalità di comunicazione conviene per la sua economicità ed è anche una modalità vincente perché apre a rapporti face-to-face. Penso ai programmi che facevo su Rai4, i cui dati di ascolto sono assimilabili se non addirittura inferiori alle visualizzazioni delle Stories, con costi nemmeno paragonabili. Ciò è dovuto alla capillarità dello smartphone, che permette all’influencer di mantenere una relazione viva e costante con il pubblico. Un’altra cosa che piace molto è la possibilità di fornire incentivi e sconti per la vendita di determinati prodotti.

Nella tua comunicazione al pubblico ricorre il tema dell’amore omosessuale. Credi che si possa personalmente o attraverso l’insieme della comunità LGTB sensibilizzare e influenzare l’opinione pubblica su questi argomenti?

Ho fatto outing quando avevo vent’anni e credo che oltre che benefico per se stessi sia anche un atto di onestà verso le persone. 

È un dovere per noi personaggi pubblici contribuire anche nel proprio piccolo a supportare tanti ragazzi che vivono la propria omosessualità soffrendo, anche perché magari vengono presi di mira.

 

Sono convinto di poter portare un segnale positivo e consigli utili pur tenendo conto della particolarità e della delicatezza di ciascuna situazione e sono stato anche il volto di alcune iniziative LGTB, anche se ripeto sempre di rappresentare solamente me stesso. Il mio impegno va al di là della pura tematica omosessuale per toccare temi come bullismo, razzismo, malattie psichiatriche, esperienze e difficoltà che ho vissuto in prima persona e che si possono mitigare e superare con onestà, condivisione e coraggio.